Ci sono territori che la storia celebra e territori che la storia utilizza.
Roma, probabilmente, è anche questo: una città costruita su una geografia invisibile fatta di luoghi che alimentano il centro senza mai diventare davvero centro loro stessi.
Questa riflessione nasce da una foto fugace e dalla curiosità che porta alla ricerca e alla scoperta dei tesori del nostro territorio.
E così, per caso, in una foto improvvisata, scattata sul trenino che passa per Cesano, si conserva la testimonianza di una parte storica che ci lega al centro della città ma che è troppo lontana da esso per ricevere il medesimo lustro: ecco qui l’Acquedotto di Traiano.


Quando si cercano immagini, racconti o valorizzazioni di questa straordinaria opera idraulica romana, quasi sempre il percorso narrativo si concentra sulla parte finale: il Gianicolo, le fontane monumentali, Villa Pamphilj, il tratto che arriva nel cuore scenografico della Capitale.
Molto più difficile, invece, è trovare tracce visive e culturali della sua origine. Eppure l’acqua non nasce al Gianicolo.
Nasce lontano, attraversa campagne, fossi, territori marginali.
Corre per circa 57 chilometri passando anche nella parte nord-occidentale dell’Agro romano, tra Cesano, Galeria e La Storta.
È qui che ho trovato questo tesoro.
A sud-est della stazione ferroviaria di Cesano, l’antico acquedotto attraversa il Fosso della Galera — o Fosso di Cesano — tramite un ponte di cui oggi restano archi silenziosi, quasi inghiottiti dalla vegetazione e dall’indifferenza contemporanea.
Una parte dimenticata dell’opera, che però è unica e che corre ininterrottamente fino al centro città con la sua continuità, che però è interrotta nella sua consapevolezza di pregio; come tutto in queste zone, d’altronde.
Fortunatamente l’opera è indicata nella storica pianta di Eufrosino della Volpaia, che rappresentava tre archi in rovina e le tracce di un quarto sulla riva sinistra del torrente, così all’immagine si può restituire una dignità storica che sembra evaporare man mano che ci si avvicina al lustro cittadino. L’acqua però no, l’acqua trasportata continua ad arrivare.

La cosa più sorprendente è il contrasto quindi.
La stessa infrastruttura che nel centro di Roma viene raccontata come patrimonio identitario, qui sopravvive quasi esclusivamente nella memoria di studiosi, appassionati o curiosi disposti ad andare “alla fonte”.
Come se esistessero due geografie diverse della stessa città: quella degna di essere mostrata, e quella destinata soltanto a servire.
E più si osserva il territorio, più questa sensazione smette di sembrare una suggestione romantica.
Perché l’Agro romano nord-occidentale è stato storicamente utilizzato come spazio funzionale alla città.

Da qui passavano le risorse idriche che alimentavano Roma.
Qui, a Santa Maria di Galeria, sono state installate le grandi antenne di Radio Vaticana.
E oggi, nello stesso quadrante, sorgono impianti legati al trattamento dei rifiuti e alla produzione di biometano destinati ancora una volta al fabbisogno della Capitale.
L’impressione è che esista una continuità storica: non nella forma delle infrastrutture, ma nella logica con cui il territorio viene pensato.
Una periferia utile, necessaria più altrove che per chi ci vive e raramente considerata degna della stessa attenzione culturale, urbanistica e simbolica riservata al centro.
Ed è impossibile non pensare a Galeria Antica, la “città morta”.
Un luogo che sembra quasi trasformato in metafora involontaria del destino di intere porzioni di Agro romano: territori ricchi di storia, attraversati da opere millenarie, ma progressivamente esclusi dal racconto luminoso della città eterna.
Forse il problema non è soltanto l’abbandono materiale.
Forse il problema è narrativo, perché ciò che non viene raccontato, lentamente smette di esistere anche nella percezione collettiva.
E allora fotografare questi archi dimenticati non significa soltanto documentare un reperto archeologico, significa chiedersi se Roma sia ancora capace di guardare le proprie sorgenti e rendere loro il giusto merito.
E qui non si riflette solo sulle fonti dell’acqua, ma anche su quelle della propria memoria e soprattutto su quelle del futuro di Roma e di chi, in questi territori, cerca di costruire il proprio.
Se dall’acqua nasce la vita, forse dovremmo ricordarci più spesso che è da qui che nasce la vita di Roma.
Qui un interessante documentario.
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