A che punto della trasformazione sono arrivata

Questo sito racconta una trasformazione.
Non è stato un inizio deciso a tavolino.
Non c’è stato un momento preciso in cui ho stabilito cosa sarei diventata.
C’è stato, piuttosto, un modo di stare nelle cose, un’inquietudine gentile che mi ha sempre impedito di restare spettatrice.
Ho sempre avuto la sensazione che, davanti a ciò che non funziona, lamentarsi non basti; che tra ciò che esiste e ciò che manca ci sia uno spazio e che quello spazio, in qualche modo, ci riguardi.
Ho iniziato a scrivere per essere utile, prima di tutto, ai miei figli; per lasciare loro parole, pensieri, tracce di senso in un tempo confuso.
Durante la pandemia del 2020, scegliendo l’homeschooling e rallentando radicalmente, ho riscoperto il valore dell’ascolto, dell’osservazione e del racconto.
Scrivere è diventato un modo per abitare il tempo.
Fotografare, un modo per fermare ciò che rischiava di passare inosservato.
Con il tempo ho capito che quel modo istintivo di non restare spettatrice aveva un nome preciso.
Anni prima lo avevo studiato all’università, dedicandogli la mia tesi di laurea: il principio di sussidiarietà orizzontale.
Allora era un principio poco compreso, quasi considerato un esercizio teorico.
Oggi riconosco che non era teoria, ma per me era, ed è, una direzione; una lente attraverso cui leggere la realtà e scegliere come starci dentro.
Rileggendo la mia storia, attualmente è più chiaro per me che la scelta dell’educazione parentale durante il lockdown non è stata una fuga, ma un’assunzione di responsabilità, coerente con quel moto teorizzato con fatica all’università.
Non un gesto contro qualcosa, ma un gesto per qualcuno: i miei figli.
È stato il modo più diretto per esercitare quel principio che riconosce ai cittadini la possibilità — e talvolta il dovere — di attivarsi quando i sistemi mostrano i loro limiti.
In quel momento ho compreso con chiarezza che la partecipazione non è uno slogan: è una pratica quotidiana, fatta di decisioni, tempo, fatica, presenza.
Immediatamente poi ho anche compreso che quel bisogno non riguardava solo me: le stesse parole, lo stesso sguardo, potevano essere utili anche altrove: ad altri genitori irrequieti come me, ad esempio. E poi ancora al mio quartiere, a instaurare relazioni costruttive, o a ideare progetti collettivi.
Così il racconto personale si è trasformato in impegno sociale, in desiderio di dare voce, di costruire legami, di rendere visibile ciò che spesso resta ai margini.
Per essere davvero utile ho sentito la necessità di approfondire, studiare, affinare strumenti.
La comunicazione visiva e verbale è diventata il mio linguaggio: fotografia, scrittura, progettazione narrativa.
Non come fine, ma come mezzo per restituire dignità alle storie, alle persone, ai territori.
Ho scelto di sperimentare e testimoniare nella maniera più efficace possibile i tentativi concreti di colmare quei vuoti che sentivo dentro, ma vedevo fuori. Imparando la comunicazione, ho cercato di trasformare bisogni in relazioni e di dare forma, colore, vibrazione, passo dopo passo, a quel principio che avevo teorizzato.
Il filo che tiene insieme tutto
Se oggi guardo il percorso fatto, riconosco un filo continuo: non aspettare che il cambiamento arrivi, ma provare a praticarlo nel proprio spazio di vita.
Le esperienze che racconto in questo sito non sono traguardi; sono tentativi ed esperimenti di realtà.
Alcuni riusciti, altri interrotti, altri ancora in cammino.
Tutti, però, nati dalla stessa convinzione: anche dentro sistemi imperfetti è possibile agire responsabilmente.
So che la strada è ancora lunga, ma questo valore merita di essere vissuto, coltivato, sperimentato e, soprattutto, raccontato.
Questo sito non racconta chi sono.
Racconta chi sono diventata — e chi continuo a diventare.





Alcuni di questi percorsi sono raccontati nelle pagine dedicate al mio impegno sociale.
Non come esempi da imitare, ma come tracce concrete di ciò che accade quando si prova, semplicemente, a non restare fermi.
Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano
Emily Dickinson










Scriverò su ritagli di carta e li lascerò in giro per il mondo con la speranza che un giorno ne troverai uno e finalmente capirai
Sconosciuto




La scrittura – anche quella più delicata – è il cuore messo a nudo, è oltraggio al pudore, è brivido.
La scrittura finta e mascherata la riconosci subito. E vuota e scontata e non mette in pericolo nessuna parte di noi.
Fabrizio Caramagna
I vostri preziosi pensieri