Pantan Saccoccia: dal passato al presente

Cronache garbate di un nome che attraversa i secoli

Carissimi lettori e gentilissime lettrici,

vi sono nomi che nascono per descrivere, altri per amministrare, e altri ancora — i più affascinanti — che sopravvivono nel tempo cambiando abito, ma non eco.

Sfogliando con pazienza le mappe dell’Agro Romano, tra pergamene seicentesche e carte catastali ottocentesche, affiora un toponimo che pare sospeso tra passato e presente: Pantan — o, in talune grafie, PiantanSaccoccia.

Un nome che non suona affatto estraneo a chi oggi abita o attraversa la zona nota come Piansaccoccia.

Nel Seicento, quando il territorio era descritto per ciò che era — e non per come doveva essere organizzato — quelle terre comparivano come parte di una tenuta agricola viva, attraversata da acque e scandita da rilievi. Accanto a quel nome si trovavano Acquasona e Cacciarella, non come vezzi poetici, ma come elementi strutturali di un paesaggio preciso e riconoscibile.

Nel 1696, Francesco Eschinardi descrive Acquasona come un ruscello che nasce presso Cesano e confluisce nel sistema del Galera. L’acqua, si sa, non sceglie i nomi con leggerezza: li incide nel territorio, li fa sedimentare nel tempo.

Poi i secoli scorrono.

La denominazione Cacciarella si consolida, forte della sua funzione e del suo uso quotidiano, mentre Pantan Saccoccia sembra progressivamente attenuarsi nelle carte ufficiali, quasi sbiadire. È un fenomeno tutt’altro che raro: i nomi legati all’esperienza concreta spesso prevalgono su quelli morfologici o descrittivi.

E tuttavia — come accade nelle migliori cronache — nulla si perde del tutto.

Quando, in epoca moderna, compare la denominazione Piansaccoccia, l’assonanza non può passare inosservata. Non è un’identità perfetta, ma è un’eco. E gli eco, talvolta, raccontano più delle dichiarazioni.

Ora, Lady Voce di Confine non intende mancare di rispetto alla necessità amministrativa di classificare,
I territori devono essere nominati, ordinati, registrati, tuttavia, non può fare a meno di notare come, a Roma, quel nome evochi un’espressione ben nota, dal significato poco conciliabile con la dignità storica di un luogo.

Vattela a pià ’n saccoccia”, si dice quando qualcosa può essere tranquillamente negato, archiviato, dimenticato.

“Vattela a pià ’n saccoccia”, esprime infatti il concetto di chi sa che una visita non arriverà, quando l’attenzione promessa resterà altrove, quando il tempo passerà senza che nessuno bussi mai alla porta.

E così, mentre i documenti parlano di acque nominate nel Seicento, di principi proprietari nell’Ottocento e di rilievi che ancora oggi dominano il paesaggio, il nome moderno sembra suggerire — con una certa nonchalance — che la memoria possa essere riposta con altrettanta disinvoltura.

Fonte archivio storico di Roma

Il suono resta simile, ma il significato, assai meno.

Eppure, forse, non siamo dinanzi a una beffa, bensì a una trasformazione: un nome antico che ha attraversato i secoli mutando forma, sopravvivendo nel ritmo delle sillabe, anche quando la sua origine si è fatta meno evidente.

Perché i territori, carissimi lettori e gentilissime lettrici, non dimenticano facilmente, si lasciano talvolta nominare in modo frettoloso, è vero, ma sotto la superficie, continuano a custodire la propria storia.

E in quella sottile assonanza tra Pantan Saccoccia e Piansaccoccia è bello ritrovare l’idea di un nome che non pare condannare ad una rassegnazione elegante e un po’ ironica (tipica di chi non si aspetta più nulla), ma che invece fornisce una traccia degna di essere esplorata, utile per ritrovare la dignità di un territorio.

Con l’abituale, affettuosa discrezione,
Lady Voce di Confine

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