AVVERTENZA PER TE CHE LEGGI!
Questo blog è rimasto in silenzio troppo a lungo; non per mancanza di cose da dire, ma perché — come accade nella vita — lo sguardo stava cambiando.
È nato come spazio intimo, attraversato dalla voce di Mamma Aquilone. Poi i figli crescono, i nidi si svuotano, e l’aquilone, se resta, deve imparare a volare più in alto, senza spezzare il filo, ma ampliando le sue vedute.
Così, con questo articolo, inauguro una nuova fase editoriale: resto me stessa spostando l’attenzione dall’esperienza privata all’osservazione del territorio, raccontata con parole scelte con cura e una lieve, elegante dissacrazione.
Non so se sarà una serie.
So solo che da qui in avanti racconterò ciò che abito, con eleganza e una punta di dissacrazione.
Un po’ alla Lady Whistledown…Buona lettura.
Il curioso destino di un quartiere rispettabile e del suo nome poco elegante
Carissimi lettori, Gentilissime lettrici
vi sono territori che, prima ancora di essere abitati, sono stati osservati, descritti e nominati con grande attenzione.
Il nostro, contrariamente a quanto oggi si possa pensare, rientra senza esitazione in questa categoria.
Già alla fine del Seicento, quando Roma misurava il proprio contado con penna attenta e sguardo lungo, il nostro territorio veniva descritto con precisione nelle pagine dell’Esposizione della Carta dell’Agro Romano di Francesco Eschinardi (1696).
In quelle righe, così lontane dal linguaggio frettoloso della modernità, si legge di un sistema di acque che nasce nei territori a nord e prende nome, con assoluta naturalezza, di Acquasona, prima di confluire nel più ampio corso del Galera e, infine, nel Tevere.

L’acqua, come Lady Voce di Confine ama ricordare, non battezza mai i luoghi per caso.
Passano i secoli, e nell’Ottocento — quando l’amministrazione pontificia decide finalmente di mettere ordine anche sulle carte — il Catasto Gregoriano registra con rigore ciò che già esisteva da tempo.
Nei brogliardi dell’Agro Romano, il territorio che oggi abitiamo compare come tenuta agricola appartenente al Principe Agostino Chigi, nome che non necessita di presentazioni negli ambienti dove la storia conta ancora qualcosa.

Una proprietà vasta, organizzata e riconosciuta; un territorio che non era vuoto, né marginale, né anonimo — ma parte integrante di quel sistema agricolo e paesaggistico che ha nutrito Roma per secoli.
Ed è proprio in questo contesto che prende forma, accanto ai nomi ufficiali e catastali, la denominazione d’uso di Cacciarella: un nome che non pretendeva timbri, perché viveva nella funzione, nel lavoro e nella consuetudine.
Un nome che raccontava ciò che il luogo era, senza bisogno di spiegazioni.
La toponomastica moderna — come confermato anche dalle ricerche contemporanee di geografia storica, tra cui il progetto Nibby — ci insegna che i nomi dei luoghi nascono quasi sempre dall’acqua, dal rilievo o dall’uso del suolo.
E guarda caso, nel nostro territorio ritroviamo tutti e tre:
l’Acquasona, Monte Mariolo e una tenuta agricola identificata per funzione.

secondo le osservazioni di Sir William Gell e del Prof. Antonio Nibby – Progetto Nibby
Arriviamo così al Novecento, quando l’urgenza di costruire supera quella di ricordare, e il territorio viene finalmente etichettato con un nome nuovo, funzionale, ordinato: Piansaccoccia.

Ora, Lady Voce di Confine non intende mancare di rispetto alla necessità amministrativa di classificare.
Tuttavia, non può fare a meno di notare come, a Roma, quel nome evochi un’espressione ben nota, dal significato poco conciliabile con la dignità storica di un luogo.
“Vattela a pià ’n saccoccia”, si dice quando qualcosa può essere tranquillamente negato, archiviato, dimenticato.
E così, mentre i documenti parlano di acque nominate nel Seicento, di principi proprietari nell’Ottocento e di rilievi che ancora oggi dominano il paesaggio, il nome moderno sembra suggerire — con una certa nonchalance — che la memoria possa essere riposta con altrettanta disinvoltura.
Eppure, le tracce resistono: resistono nei testi antichi e nelle mappe catastali.
Resistono persino in una fermata dell’autobus che continua ostinatamente a chiamarsi Acquasona, come se la storia, con educata insistenza, rifiutasse di farsi mettere a tacere.

Forse, dunque, la questione non è se un territorio debba avere un nome moderno.
Ma se sia davvero necessario che quel nome ignori tutto ciò che lo ha preceduto.
Lady Voce di Confine, come sempre, non pretende soluzioni drastiche.
Si limita a osservare che i luoghi, come le famiglie rispettabili, possono permettersi più di un nome, soprattutto quando uno di essi è stato pronunciato per secoli con rispetto.
E la storia, permettetemi di dirlo, non ama essere messa in saccoccia.
Prima o poi, torna sempre a reclamare il proprio posto.
Con l’abituale, affettuosa discrezione,
Lady Voce di Confine
*La ricostruzione proposta in questo articolo si basa su fonti storiche, cartografiche e toponomastiche consultabili presso archivi pubblici e progetti di ricerca specialistici.
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