
Lunedì 31 agosto 2020. Domani inizierà settembre.
Oggi piove ed è uno di quei giorni in cui tutti i colori caldi e solari dell’estate sono spazzati via dalle tonalità grigio /fango dell’autunno.
Mi piaccio tanto queste giornate che sanno di autunno e che ti donano il desiderio di una cioccolata calda fumante, da sorseggiare ad occhi chiusi, perdendosi prima nel corposo profumo; sotto una bella coperta, morbida e colorata, che profuma di pulito, grazie alla quale si può ritrovare un tepore accogliente e rassicurante con cui coccolarsi.
Questa giornata poi, me la gusto di più, perché quest’anno l’inizio di settembre non mi restituisce un senso di pensante malinconia, ma di frizzante entusiasmo.
Non sarà politicamente corretto palesarlo, ma l’idea di non riprendere con la routine scolastica, concede un sollievo ricostituente.
Il futuro non mi pesa, perché nulla è già scritto e devo dire che l’agitazione, mossa dalla curiosità per quello che sarà, è decisamente più salutare e motivante, rispetto alla consapevolezza di dover ritornare ad una vecchia catena di montaggio, che quest’anno poi scricchiolerà parecchio.
Il nostro percorso educativo avrà un grande respiro e grandi spazi: affideremo i nostri ragazzi ad un “Branco di Gorilla” che li accompagneranno in un apprendimento “a ruota libera”, a spasso per un parco di betulle.
Certo, così descritta, la nostra scelta potrebbe apparire “fricchettona”, alternativa o peggio superficiale e sicuramente, a coloro che non sanno andare oltre, evocherebbe un giudizio di vacuità educativa e di privazione di civiltà e socialità convenzionali, che invece di default vengono riconosciute e attribuite alla Scuola classica.
Ma questo è il posto della divergenza e delle metafore e ogni cosa ha un significato profondo e nascosto, tutto da cogliere.



Il giorno in cui sono atterrata nel “Parco delle Betulle”, in mezzo a questo meraviglioso Branco, lo ricordo come memorabile e vale proprio la pena raccontarlo.
Facciamo un salto indietro. Siamo nel 2018; il mio Gnom-ometto si apprestava a frequentare, molto tristemente, la seconda primaria e io ero in piena ricerca e indagine sulle nuove realtà di comunità educanti, presenti a Roma. Quella sì che è stata una interessantissima caccia al tesoro.
Sebbene laureata da anni in Giurisprudenza, da poco ero venuta a conoscenza che la storia dei carabinieri che bussano alla porta per portare via mamma e papà, se i bimbi non vanno a scuola è solo una favola, costruita secondo la più classica strategia del famosissimo binomio di “Sir ricatto e Super senso di colpa”. Questa cosa mi aveva scossa e incuriosita, tanto da spingermi a cercare tutte le realtà “altre” rispetto alla scuola canonica. Esistevano?
Eccome! Non sono molto sponsorizzate, ma esistono! È che la verità è un po’ diversa da quella tramandata e il problema è che nessuno la racconta bene.
Comunque, ancora non lo sapevo, ma quella ricerca mi stava portando dritta dritta verso una mutata consapevolezza di genitorialità, più ricca di responsabilità, fiducia e partecipazione.
Noi genitori abbiamo un diritto – dovere che è quello di garantire l’istruzione ai nostri figli; è un nostro obbligo, che si traduce in compito di provvedere alla somministrare dell’istruzione e non alla scolarizzazione, dunque. Perciò qualunque sia la strada scelta per questo cammino (scuola statale, parentale, privata, paritaria), l’importante è che ai bambini sia garantita la giusta somministrazione di sapere e cultura, utile al loro sviluppo e alla loro vita.
Questo è costituzionalmente garantito, ma l’articolo che più dovrebbe essere portato alla luce, perché spiega meglio il senso di ciò che sto dicendo, secondo me è l’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani i cui commi 2 e 3 sono fondamentali per descrivere la vera essenza del ruolo che le famiglie dovrebbero avere nei variegati percorsi di formazione culturale di un bambino: “2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.”
Non voglio scivolare nel ‘legalese’ per carità, è che sono convinta che sarebbe decisamente più efficace fornire le informazioni utili ad accompagnare tutte le famiglie in questo cammino di formazione istruttivo, qualunque sia il percorso scelto. Noi genitori invece, almeno io ho sperimentato questo, siamo indotti a delegare e ad attribuire, solo a chi è del mestiere, il percorso educativo dei bambini, parcellizzandolo in compartimenti stagni. In realtà tutto e tutti insegnano, anche senza che lo si voglia! Per cui sarebbe meglio informarsi no?
Detto ciò, ritorno a descrivere il primo appuntamento con la Gorilla coordinatrice del Branco, che dopo un contatto telefonico a titolo informativo, mi invita a visitare il loro luogo di lavoro e la Tana.
Ebbene, arrivo in un parco, bello, verde e ben tenuto; ad accogliermi una ragazza, giovane e dolce (decisamente aggraziata per essere una Gorilla); nessuna struttura, niente di quello che potrebbe minimamente accostarsi all’idea di scuola fino ad allora conosciuta. Percepisco un leggero nervosismo reciproco, perché eravamo coscienti di dover guardare più ad un’idea, colma di valori ma totalmente destrutturata e decisamente più snella rispetto alla pesante e rassicurante concretezza scolastica. Mi parla e ciò che mi espone mi arriva come musica e mi risuona dentro, per cui, sebbene non ancora convinta, scelgo comunque di passare allo step successivo: far provare l’esperienza del Branco al mio ragazzotto.
Non ho ancora chiaro cosa mi abbia spinto e chi mi abbia dato la forza, quella mattina, di scegliere di non portare mio figlio nella quotidiana e rassicurante scuola di zona; di salire in macchina; di fare molti chilometri per approdare in un quartiere alieno e lasciare il mio tesoro più prezioso alle cure di perfetti sconosciuti.
È stato il cammino del terrore, un vero e proprio viaggio nel tunnel degli orrori: nella mia testa si sono riunite, tutte insieme le immagini di paure e di sensi di colpa, stratificati ed accumulati da una vita. I pensieri più cupi del bosco, dello sconosciuto, erano tutti insieme a banchettare nella mia testa, diventando scenari terribili e divorando ogni mia certezza. Come protagonisti della pièce mentale, avevo l’idea di irresponsabilità, di abbandono e di incoscienza che, insieme alla disobbedienza, mi regalavano quel giusto pathos paralizzante. In testa avevo un corto circuito. Come colonna sonora al thriller che andava in scena nel mio cervello, avevo le voci, un bombardamento di voci, che arrivavano da destra e da sinistra e che mi toglievano il respiro per la serrata cadenza con cui mi attraversavano. – Cosa stai facendo? Dove lo porti? Con chi lo porti? E se gli succede qualcosa? Sei una pazza!!
Sebbene il cuore fosse diventato un macigno e la respirazione fosse gravemente compromessa per l’ansia, a vincere su tutto è stata comunque un’innaturale forza, scandita da un solo motto: – non mollare!-.
Credo che il momento più drammatico per me sia stato quello del distacco: arrivati a destinazione, ho dovuto lasciare il mio cucciolo lì, solo nell’ignoto insieme, a dei Gorilla, che in quel momento e solo allora, incarnavano il ruolo dei potenziali lupi cattivi delle favole. In realtà sono angeli tosti e gagliardi.
Mamma mia quanto ho pianto quella mattina! Ma più scendevano le lacrime, più mi accorgevo che l’acqua di quel dolore mi stava ripulendo dal brutto che avevo dentro. In quel preciso momento ho capito che non stavo piangendo per mio figlio, no! Io piangevo perché mi ero resa conto di quanta bruttezza, sfiducia e paura avessi nel cuore. Solo col senno del poi posso dire che quell’esperienza mi ha salvata dalla prigione di una serie di convinzioni, conservate e circondate da una muraglia di terrore. Grazie a quel viaggio sono riuscita a vedere ed affrontare le mie paure, perché nulla, ma proprio nessuno dei brutali pensieri, che mi avevano aggredito come uno sciame di vespe, era reale.



Per farla a breve, alla fine di quelle poche e interminabili ore, finalmente, potevo abbracciare il mio Gnom-ometto, felice e sereno; orgoglioso e grato per quella avventura rivelatasi solo l’inizio di una bella storia di crescita in “Branco” e cioè insieme.
Ero finalmente libera! Quella liberazione mi aveva sgomberato la mente, tanto da permettermi di essere più lucida e connessa con l’ambiente. Potevo finalmente osservare, ascoltare e percepire le vibrazioni del mio bambino senza dover dare conto a quei fantasmi interiori. Ed è stata così tanta la ricchezza che quel Branco ci ha fatto scoprire, che col tempo ci siamo convinti che dovevamo portare un po’ di Gorilla anche nella scuola. Ma ahimè, a scuola servono alunni, non piccoli cuccioli di uomo in evoluzione.



Forse è stata la speranza di non doversi sradicare del tutto dal proprio habitat a farci aspettare tanto tempo per decidere da che parte stare. Eh già, perché per un po’ abbiamo tentato e sperato di riuscire a trasferire nella scuola di mio figlio, almeno un pizzico della ricchezza trovata in quel bosco, ma nulla da fare: ci sono habitat e habitat, quelli naturali e quelli irrimediabilmente compromessi dal giudizio dell’uomo.
Il cammino di conoscenza e di descolarizzazione nel nostro caso è durato due anni; l’evento pandemia ha inferto poi il colpo di grazia che ci ha convinti a fare la scelta di uscire da tutte quelle sovrastrutture diventate claustrofobiche.

Leggo spesso le discussioni che vertono sulla attuale necessità di collocare in definizioni specifiche le esperienze come la nostra: homeschoolers, unschoolers, educazione parentale, chi fa cosa e come?
Io per la verità sono concentrata più su un altro aspetto che, da mamma di bimbo scolarizzato (uno su due perché la Gnometta non è stata mai iscritta) mi preoccupa e mi fa riflettere.
Vi lascio così, con una serie di riflessioni scaturite dall’esperienza qui condivisa.
Quanto le nostre convinzioni, quelle con cui cresciamo, ci allontanano dalla veridicità dell’ambiente in cui facciamo vivere i nostri figli? Perché il panico che ho provato nell’accompagnare mio figlio dai Gorilla (i quali realizzano sempre meravigliose esperienze d’apprendimento partecipato e responsabilizzante), dentro di me si è scatenato come un incubo, e non ho provato la stessa sensazione quando l’ho accompagnato in prima elementare? A rassicurarmi erano i fatti o le mie convinzioni? Quanto siamo abituati alla bruttezza, tanto da tollerare e giustificare le assurdità e i deliri perpetuati in alcune classi, e diffidiamo da chi ci mette cuore ed anima solo perché si presenta come nuovo?
Non ho intenzione di raccontare le cose brutte successe nella nostra ex scuola, che ormai è il passato, ma un piccolo tormento io ce l’ho: come ho fatto a dire a mio figlio di sopportare il male ricevuto in alcuni eventi accaduti e reali, per poi piangere per la paura del male che solo ipoteticamente potevano fargli fuori dalla scuola? Cosa mi ha fatto dire che era normale sopportare dentro e terrificante sperimentare fuori? Cosa mi ha reso così cieca e sorda?
Eh già, la Caverna delle convinzioni umane non ha mai fine…noi, per fortuna, abbiamo trovato lì fuori il nostro Branco.

Al prossimo volo.
Mamma aquilone
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